L’insostenibile leggerezza dell’essere

Berlin-Olympia-Stadion-1936

Il muro è retaggio lontano, “rimosso” nel ritmo frenetico del sorgere di nuovi edifici, sopra macerie e ricordi di una storia ingombrante. La gente solitamente si rifugia nel futuro, “traccia una linea immaginaria sulla traiettoria del tempo al di là della quale le sofferenze di oggi cessano di esistere”.

Charlottenstrasse, quartier generale bianconero, dritto nel cuore del Mitte a due passi dal check point che separava due mondi.

Dentro lo stadio che vide Jesse Owens demolire la presunta superiorità ariana, la squadra ha da poco concluso l’ultima seduta di allenamento.

Paratici, fautore dietro lo quinte della sceneggiatura juventina, confabula con Rino Foschi: ma cosa diavolo ci fa Rino Foschi a Berlino ?!

Alcune vecchie glorie, le solite immancabili presenze adagiate sui comodi divani del Regent: non esattamente un ritiro blindato.

Allegri di nome e di fatto in vece di pressioni agghiaccianti. Cosa scegliere allora……Leggerezza o gravità? Sentirsi aderenti alla terra, vitali, reali e autentici oppure spiccare il volo verso l’alto? La leggerezza può essere un vantaggio, alla lunga il solo “modus” che i grandi campioni accettano. Il segreto è l’ambiente, è il club che crea l’allenatore vincente. Nella saletta privata Morata con la sua faccia da bambino ed il gigante Llorente, attorniati da parenti e amici chiassosi. Una coinvolgente atmosfera tutta spagnola, sbalorditiva serenità dipinta nei volti sorridenti. La consueta e rara gentilezza di Paolo De Ceglie, nel fare “gli onori di casa” rivela animo cortese e finezza di maniere. La macchia di “camisetas” blaugrana che voltato l’angolo invade la Brandeburger Tor non incute particolare timore. Si legge negli occhi dei giocatori juventini una comune sintonia. Sul terreno dell’Olympiastadion le gambe potrebbero tremare, ma sono pronto a scommettere che sarà solo il pensiero di un attimo. Un’aura di “insostenibile leggerezza” pervade il ritiro juventino…….

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