UN CALCIO ALLA DITTATURA

 

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Alcuni spari nella notte, poi più niente, solo silenzio allarmato.

Nelle prime ore del 24 marzo ’76 l’oscurità avvolge le strade ancora deserte di Buenos Aires, una timida luce filtra dalle finestre chiuse senza però allentare la tensione che ovunque si insinua e cresce. La tv di stato trasmette ad oltranza uno scarno comunicato a firma Jorge Rafael Videla, il generale.

Nello stesso giorno dalla lontana Polonia la voce del “gordo” Munoz, telecronista di futbol e di regime, attraversa il muro della censura: “signore e signori, dallo stadio Slaski di Chorzow ecco a voi l’amichevole fra Polonia e Argentina. Rilassatevi, divertitevi, ammirate come gioca la nostra Seleccion e come vince”.

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Nell’albergo polacco che ospita i calciatori argentini l’eco del colpo di stato arriva a strappi. Frammenti di verità, lacrime e preoccupazione. Da casa non giungono notizie rassicuranti, i giocatori vivono ore di angoscia ma il generale ha ordinato di giocare. Poco più tardi l’argentino Hoseman segna il secondo gol, quello della vittoria; la tristezza di quella giornata non potrà più dimenticarla.

All’indomani la macchina della propaganda entra in funzione, il Clarin apre sul nuovo governo militare e sulla partita.

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Fervido simbolo di unità, per gli argentini la nazionale è una fede. Pur non amando il calcio Videla sa quale influenza eserciti e se ne serve; sfruttando il mondiale avvia una meticolosa operazione di distrazione collettiva, affida ad un’agenzia americana di pubbliche relazioni l’incarico di promuovere l’evento e presentare il paese sotto una veste ammantata di normalità ed efficienza. Molti autorevoli personaggi si prestano al gioco, da Kissinger ad Havelange, perfino Pelè.

Nessuno deve vedere o sapere. A un paio di isolati appena dal Monumental dei “milionarios” del River si cela l’Esma, famigerato centro di detenzione e torture per dissidenti.

Drasticamente proibito parlare di persecuzioni e “desaparecidos”. Su tutto calano censura e terrore.

 

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La giunta non intende lasciare la propria squadra nelle mani di un comunista. Alzare la coppa del mondo e’ però di vitale importanza e il “flaco”, suggeriscono gli esperti, può condurre la squadra alla vittoria. Sostituirlo sarebbe peraltro impopolare. Il suo mito nasce sulla panchina dell’Huracan, sorpresa corale e vincente. “Menotti no se va”, grida la gente sugli spalti.

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Quando inizia il mondiale il solo Carrascosa, coraggioso capitano albiceleste, sente di non poter prendere parte alla drammatica farsa. Terzino di corsa e di cuore, “el lobo” è sempre stato fin dai leggendari albori un punto fermo di Menotti che con lui e’ solito discutere molto di passioni, di futbol, di ideali. Stavolta no, non prova neppure a fargli cambiare idea. Carrascosa abbandona. Non racconterà mai le motivazioni che lo spinsero a rinunciare: “ci sono cose molto più importanti del calcio. Non ci si può confondere”. Ne prende il posto Tarantini.

 

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La Seleccion è ancora in corsa per la finale ma per raggiungerla deve segnare una goleada al Perù, almeno 4 reti più del Brasile. La “marmelada peruana” finisce con uno schiacciante 6-0, tra sospetti e voci di navi argentine cariche di grano dirette verso Lima. La sera del 25 giugno tutto il paese si ferma.

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In tribuna accanto al generale assiste alla partita il venerabile Licio Gelli, al tempo influente epicentro di oscure trame eversive. L’ostruzionismo argentino inizia con insulti ed oggetti scagliati contro il pullman degli orange già nel lungo tragitto che dal ritiro conduce allo stadio. Sul manto ricoperto di papelitos la Seleccion, accompagnata da un intero paese, può contare su un grande sostegno psicologico e sopperire così all’inferiorità tecnica. L’Olanda infatti pratica ormai da anni un calcio avveniristico e pur orfana di Cruijff, sin dalle battute iniziali è padrona del gioco, che si inasprisce a causa dall’arbitraggio oltremodo permissivo dell’italiano Gonnella. Poco prima del novantesimo Nanninga pareggia i conti e il palo di Rensenbrick nei minuti di recupero raggela il Monumental. Carambolando fuori, quel pallone cambia il corso della storia. Nei tempi supplementari si scatena Mario Kempes , che sigla il vantaggio e propizia la rete decisiva di Daniel Bertoni.

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argentina-olanda-1978-kempesLa scossa arriva un giorno come tanti dinanzi alla Casa Rosada. Alcune donne si danno appuntamento lì  dopo aver invano bussato ad ogni porta. Portano un velo bianco sulla testa, lo stesso che un tempo ha avvolto i propri figli scomparsi. Cercano risposte e ormai non temono alcunché: niente è più doloroso del silenzio. Disposte in cerchio iniziano un’ostinata marcia per la verità quando i riflettori del mondo sono puntati sull’Argentina; funesti tragici racconti portati alla ribalta dalla stampa straniera accorsa per il mondiale. Anche dei giocatori svedesi si uniscono al corteo, che andrà avanti ogni giovedì mettendo a nudo un regime lentamente eroso dall’impopolarità crescente e capitolato alfine dinanzi alle madri di Plaza de Mayo.

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Ereditata la fascia tocca a Passarella ricevere la coppa dalle mani insanguinate di Videla. Per l’euforia del momento nessuno verrà torturato, quella notte solo coriandoli dal cielo di Buenos Aires.

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Argentina-Olanda 3-1; Premiazione, la Coppa dell'Argentina“Comportatevi bene nel girone della morte” l’intimazione dei generali, seppure i giocatori e lo stesso Menotti non finiranno mai di giustificarsi per il nefasto trionfo. Tra i 25 papabili nazionali anche il diciassettenne capocannoniere del campionato, fuoriclasse in erba che con la palla fa ciò che vuole. Nel giorno delle scelte però, quando il suo nome figura tra gli esclusi Diego deve ingoiare amaro. Quel pomeriggio si allenerà piangendo e sempre piangendo tornerà a casa rifiutando la proposta di restare in gruppo, gonfio di un orgoglio già smisurato almeno quanto il suo talento.

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Quattro anni più tardi tutta l’Argentina è ai  piedi del protagonista più atteso sulle cui giovani spalle grava un peso notevole.

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In crisi di consensi il generale Galtieri tenta un rilancio d’immagine propiziando un intervento militare nelle Falklands, arcipelago di isole sotto il dominio della corona britannica. Nonostante l’irrilevanza  strategica del territorio, smania nazionalistica dei militari e irremovibilità dell’orgoglio thatcheriano causano migliaia di perdite umane.

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Il 14 giugno, con la Seleccion impegnata in Spagna, la resa. Contro l’Italia Maradona è vistosamente nervoso, animato dal desiderio di confortare il suo popolo. Gioca per vendicare le Malvinas ma non è ancora  tempo.

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L’appuntamento con la storia e’ solo rimandato; Mexico ’86: 22 giugno, la mano de Dios e il gol del secolo si abbattono sull’Inghilterra. Quando il ruvido mediano Hector Enrique effettua il passaggio del secolo, davanti a Diego 10 avversari e circa 60 metri alla porta di Shilton. Un passo di tango, indietro, e poi la corsa senza tempo verso l’infinito.

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Il “barrilete cosmico” accompagnato dal canto estasiato di Hugo Morales …. “De que planeta viniste!?”…grida il cronista uruguagio.

Enrique lo chiamerà assist ed è emblematico della grandezza di Maradona all’apice della maturità calcistica; mai un solo uomo fu  tanto determinante in un mondiale. Il cerchio si chiude all’Azteca, il giocatore più forte di ogni epoca riceve la meritata coppa da Raul Alfonsin, primo presidente dell’Argentina democratica. La dittatura cessata dopo sette atroci anni e questo si, per il popolo, è un trionfo da ricordare.

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